Falla semplice

“Ricorda che due grandi maestri del linguaggio, William Shakespeare e James Joyce, scrissero frasi quasi infantili per i loro soggetti più profondi. “To be or not to be?” chiede l’Amleto di Shakespeare. La parola più lunga ha soltanto tre lettere. Joyce, quando era arzillo, riusciva a comporre frasi tanto brillanti ed intricate quanto una collana per Cleopatra, ma la mia preferita rimane quella contenuta nel racconto “Eveline” che fa: “Era stanca”. A quel punto della storia, nessun’altra frase sarebbe riuscita a spezzare il cuore del lettore quanto quella.

La semplicità nel linguaggio non solo è una cosa rispettabile, ma forse persino sacra. La Bibbia apre con una frase che rientra ampiamente nelle abilità di scrittura di un quattordicenne agitato: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.”

da How to write with style di Kurt Vonnegut (1980, traduzione mia)

Il polo euroasiatico dell’inaccessibilità

Quelli di Matador Network mi hanno chiesto di scrivere un articolo sul polo euroasiatico dell’inaccessibilità. Io non sapevo nè cosa fosse, né dove fosse e quando l’ho scoperto ho scoperto anche che il luogo in cui tutti pensavano si trovasse fino al 2007 in realtà era stato calcolato male perchè qualcuno aveva detto che il golfo di Ob era in fiume e invece viene fuori che il golfo di Ob è un pezzo di mare, e quindi spostando il mare si sposta anche il polo euroasiatico dell’inaccessibilità, che, si scopre con nuovi calcoli, adesso sono due poli euroasiatici dell’inaccessibilità e quando gliel’ho detta questa cosa a quelli del giornale, loro mi hanno detto Ah, scrivi di entrambi allora, e quindi io gli ho detto Ma guardate che io in questi posti mica ci sono stato, non sono sicuro neanche ci si possa arrivare, e loro allora mi hanno detto Eh, ma tra gli scrittori che abbiamo sei quello che ci è andato più vicino e comunque non importa, che questo è un pezzo di ricerca, mica bisogna esserci stati per fare le ricerche, anzi già che ci sei perché non scrivi di tutti i poli continentali dell’inaccessibilità, che per ogni massa terrestre ce n’è uno, e quindi è una settimana che leggo di luoghi in cui arrivare non è impossibile ma sicuramente poco pratico, incluso il polo sud dell’inaccessibilità in Antartide, dove i russi per qualche motivo hanno deciso di andare per primi piazzando un busto di Lenin rivolto verso Mosca nel mezzo del nulla più assoluto (tranne la neve, quella c’è) e il polo nord dell’inaccessibilità dove ancora non è arrivato nessuno anche se uno ci ha già provato due volte, e insomma questo è il risultato.

Eurostar

Il diretto Londra – Amsterdam si era fermato prima di entrare nel tunnel della Manica. Da un altoparlante, una voce diceva, prima in inglese e poi in francese, che a causa di un guasto avremmo dovuto aspettare l’uscita dalla galleria del treno che arrivava in direzione opposta per poter ripartire. La voce aveva detto anche che ci avrebbe fatto sapere, a noi passeggeri, con quanto ritardo saremmo arrivati a destinazione una volta ripreso il moto.

Quando siamo usciti dal tunnel la stessa voce ha detto dallo stesso altoparlante agli stessi passeggeri che, secondo le stime, ci sarebbero stati ventidue minuti di ritardo. Questa volta però lo ha detto prima in francese e poi in inglese.

Gli italiani cantano, si dice

Nel Simpatizzante, il libro di Viet Thanh Nguyen che ha vinto il Pulitzer, a un certo punto c’è scritto:

“Non eravamo un popolo che si lanciava in guerra al primo squillo di tromba. No. Noi combattevamo accompagnati da canzoni d’amore, perché eravamo gli italiani dell’Asia.”

E quando l’ho letta questa cosa mi è venuto in mente Mosca – Petuski di Erofeev, che il Pulitzer non l’ha vinto ma è comunque un bel libro, dove c’è scritto:

“– Be’, lei ha visto molto, ha viaggiato molto, mi dica: dove stimano di più l’uomo russo, al di qua o al di là dei Pirenei?

– Non so come sia al di là. Ma al di qua non lo stimano affatto. Io per esempio son stato in Italia: là all’uomo russo non ci pensano minimamente. Là cantano e dipingono, e basta. Uno, per dire, sta in piedi e canta. E un altro, lì vicino, sta seduto e fa il ritratto a quello che canta. E un terzo, a una certa distanza, canta di quello che fa il ritratto. Ti vien su una tristezza. E loro la nostra tristezza non la capiscono…

– Son poi italiani. Capiscono forse qualcosa, gli italiani?”

E quando avevo letto questa di cosa mi era venuto in mente Shantaram, nel quale a un certo punto si dice:

“Gli indiani sono gli italiani d’Asia. […] Sia in India sia in Italia un uomo diventa un cantante quando è felice, e ogni donna una ballerina quando va a fare la spesa dietro casa. Per questi due popoli il cibo è musica nel corpo, e la musica cibo nel cuore.”

E insomma io volevo dire che tutta questa gente che canta mica l’ho mai sentita in Italia, mi piacerebbe sapere dov’è che sono stati questi per scrivere cose del genere.

Al nut al nyet

Ti trovi nel quartiere a luci rosse di Amsterdam che stai camminando verso nord, dove c’è la stazione centrale. Da una parte hai Casa Rosso, il teatro del sesso, dall’altra, poco più avanti, il Museo dell’Hashish e della Marijuana. Svolti a sinistra, superi il canale sul ponte Oudekennissteeg e ti trovi davanti alla Oude Kerk, la chiesa vecchia. Procedi ancora un po’ e superate le ultime vetrine alzi lo sguardo e leggi, in alto sulla facciata di una delle strette case che sembrano emergere dall’acqua, Al nut al nyet.

Al nut al nyet in inglese l’ho tradotto Greed brings grief, che non è una traduzione letterale. Una traduzione letterale neanche gli olandesi, almeno quelli a cui ho chiesto, sapevano darla, che al nut al nyet è olandese antico dicevano, non lo parla mica più nessuno. Al nut al nyet, e mi ci è voluto un po’ a capirlo, vuol dire qualcosa come chi troppo vuole nulla stringe, e in questo caso le parole dipinte al numero 59 di Oudezijds Voorburgwal sono separate al centro da un grosso tulipano di metallo appeso sulla parete dell’edificio.

Al nut al nyet l’ho tradotto in inglese perché qualche settimana fa ho proposto a Matador Network un pezzo sulla bolla dei tulipani, questo fenomeno accaduto nel diciassettesimo secolo per cui un singolo tulipano aveva raggiunto lo stesso valore di una casa ad Amsterdam. È una storia conosciuta, però con la scusa che era in arrivo la Festa Nazionale dei Tulipani, che capisco non entusiasmi quanto la Sagra del Crostone e dei Taglierini al Tartufo di Strozzacapponi ma io qui sono e devo lavorare con quel che ho, e con la scusa che si era appena concluso un anno di bestemmie per tutti quelli che avevano comprato dei Bitcoin, ho pensato potesse funzionare.

E infatti ha funzionato, e mi hanno commissionato il pezzo, e così l’ho scritto, pensando di poter fare un po’ di propaganda anti-capitalista raccontando questa storia di speculazione e collasso, parlando di fiori come metafora dei mali del nostro tempo, del flagello che è l’avarizia. Poi, dopo che ho consegnato il pezzo, la editor mi ha risposto dicendo Ma cos’è sta roba? e io gli ho detto Come cos’è sta roba? e lei mi ha detto Ma è scritta proprio male, sembra una pagina di Wikipedia, che si fa fatica ad arrivare in fondo, e io allora gli ho detto che mi dispiaceva, che provavo a sistemare, e lei mi ha detto Ecco, bravo, sistema che così proprio non si può leggere.

Quindi ho sistemato il pezzo, poi lo ha sistemato anche la editor, poi abbiamo cambiato un paio di cose insieme, poi lei lo ha passato in mano ad un altro editor e alla fine quel che è rimasto del mio manifesto floreale è che in Olanda se volete vedere i tulipani, è meglio venirci tra fine Marzo e fine Maggio e che i Giardini Kaukenhof non sono per niente male come giardini per vedere i tulipani. Potete leggerlo qui, o anche no.

C’è un certo goloso e ciccione

“C’è un certo goloso e ciccione, scrive Chlebnikov, a cui piace infilare allo spiedo proprio le anime umane, si diletta un po’ con sibili e scoppi, col vedere le gocce brillanti cadute sul fuoco, raccoltesi in basso, e questo ciccione è la città.”

— da Pancetta di Paolo Nori (Feltrinelli, 2004)

Fertilità

Un’amica, l’altro giorno, mi stava raccontando del suo ragazzo, quello attuale, poi ha cominciato a raccontarmi dell’altro suo ragazzo, quello precedente, e poi di quello prima e poi di quello prima ancora, quando a un certo punto si è fermata e ha detto Ora che ci penso, io, non sono mai stata single, cioè, da quando sono fertile dico.

La vita di un sasso

Qualche tempo fa lavoravo, per modo di dire, in un giornale di fotografia d’arte, sempre per modo dire, e più o meno ogni giorno ricevevamo in redazione lavori di fotografi desiderosi di esser pubblicati. La fotografia artistica, ho scoperto mentre lavoravo al giornale, è in buona parte dei casi fotografia ritraente sassi, cespugli, spigoli, transenne, buste di plastica e a volte semafori con l’occasionale essere umano dallo sguardo perso che a gran fatica sopravvive in questo ambiente ostile. Gli specchi, mi dicevano, sono un po’ passati, i cavalli invece sono ancora benvenuti, basta non esagerare. Quando ho chiesto al caporedattore perché tutti questi cespugli? lui mi ha risposto eh, per l’atmosfera, e quando ho chiesto alla mia collega perché tutti questi sassi? lei mi ha detto eh, per quel senso di, sai, come dire, quel senso di incertezza.

A me, dev’esser stato chiaro, quest’abbondanza di sassi su pellicola, per modo di dire, non ha mai convinto granché. E dev’esser stato chiaro perché un giorno la mia collega, Maria, si è presentata in ufficio con un regalo educatore, un libro recuperato a una fiera di fotografia d’arte ad Anversa, intitolato L’esistenza di un sasso comune. Il libro, che ha solo venti pagine ed esiste in sole venti copie, comincia così:

“La prima cosa che ricordo è che facevo parte di una grande roccia, situata in cima ad un’alta montagna di fronte alla più bella vista sul paesaggio circostante; attaccata a quella roccia, mi trovavo in posizione ideale per ammirare il paesaggio, proiettata in avanti e appesa al di sopra della valle adiacente. Ero ferma lì, in tutta tranquillità, da un migliaio di anni.”

— da The Existence of a Common Stone di Joud Toamah

Poi dal giornale mi son licenziato.

Occhiali

Oggi ero in un negozio ad ordinare degli occhiali, che da lontano comincio a vederci poco. Non ho mai indossato occhiali, neanche da sole, e forse, ora che ci penso, è per quello che comincio a vederci poco, comunque ero lì, nel negozio, c’ero solo io, che mentre provavo la trentesima montatura mi viene un dubbio e chiedo al commesso Ma non è che son qui da venti minuti che mi sto provando quelli da donna? E lui allora mi risponde ma no fratello, siamo nel 2019, non ci sono più uomini e donne. Ah, gli ho detto, in effetti hai ragione, mi ero dimenticato, scusa.

Socialismo ciclico

Mi sono accorto, adesso che è passato un anno da quando ho cominciato a spacciarmi per libero professionista, di questo fenomeno peculiare per cui ogni volta che un cliente se ne va i miei istinti socialisti si fanno più acuti, mentre ogni volta che un cliente arriva la propaganda interiore si placa e tutto torna a posto.

Alienazione buddista

La Calmucchia è una regione isolata della Russia meridionale che ospita la più grande comunità buddista d’Europa. Ospita anche una specie di tempio degli scacchi, costruito dal presidente Ilymzhinov su consiglio di un gruppo di extraterrestri che lo hanno rapito nel 1997, dice. Ne ho scritto un po’ più nel dettaglio su The Submarine.

Ero in un bar

Ero in un bar, l’altro giorno, che bevevo in compagnia di altre persone, quando la cameriera si avvicina al tavolo con carta e penna e chiede se noi, per caso, avessimo canzoni da consigliare, canzoni belle preferibilmente e magari anche un po’ tropicali, diceva, visto l’umore generale della serata, anche se impercettibile, assicurava fosse quello, che era venuto in mente a quelli del bar di suonare una playlist creata dai clienti – che iniziativa intraprendente mi son detto -, quindi abbiamo fornito dei titoli, qualcuno mi pare abbia detto Bugo, la ragazza ha finito il giro dei tavoli, è andata dietro il bancone, ha smanettato un po’ ad un computer, ci son stati due secondi di stacco, poi è ripartita la musica e la prima canzone che il primo dei clienti seduto nel primo dei tavoli aveva scelto come esordio di questa scaletta popolare era, si scopre, Despacito. E la prima cosa che mi è venuta da pensare è stata che amarezza, la democrazia ha fallito anche oggi.

Il sequestro di Nonno Nanni

All’aeroporto di Pisa, ieri sera, mentre partivo per tornare ad Amsterdam, un agente della sicurezza mi ha sequestrato lo stracchino di Nonno Nanni, che non è né il padre di mio padre né il padre di mia madre, ma la marca di un formaggio che io ho sempre pensato fosse più solido che liquido e invece, viene fuori, è più liquido che solido. Non si smette mai d’imparare.

L’arte murale di Kiev

A Kiev, dal 2014, hanno cominciato ad apparire immensi dipinti sulle facciate di vecchi edifici sovietici. Artisti locali ed internazionali sono stati invitati a decorare la città per darle nuova vita in seguito alla rivoluzione. Oggi si trovano circa centocinquanta opere sparse per la capitale. Ne ho parlato in un articolo su Matador Network, qui.

I miei amici comprano case

Quest’anno son tornato a casa, in Italia, a Empoli, per le feste. Prima non tornavo, adesso è già qualche anno che torno. Sarà l’età che avanza. Diversi miei amici, quest’anno, hanno comprato delle case. Qualcuno ha detto di volersi riprodurre. Io, nel 2019, che faccio trent’anni, pensavo di mettere le luci alla bicicletta, ma magari risparmio.

Un blog economico

Nel 2018, cioè l’anno scorso, ho detto alcune cose. Tipo che i blog son morti e le cose digitali hanno un po’ stancato; che dovrei lasciar perdere con queste robe e concentrarmi su progetti un po’ più solidi, reali. Di carta, o anche di legno magari, basta che ci sia un po’ di consistenza al tatto, dicevo. Poi però nel 2019 mi son svegliato che erano le tre del pomeriggio, ho preso un caffè e la giornata era già finita, o quasi. Ho detto vabé, si è fatto tardi, sarà per l’anno prossimo. Apro un blog, ma che non prenda troppo tempo. Un blog economico.