La vita di un sasso

Qualche tempo fa lavoravo, per modo di dire, in un giornale di fotografia d’arte, sempre per modo dire, e più o meno ogni giorno ricevevamo in redazione lavori di fotografi desiderosi di esser pubblicati. La fotografia artistica, ho scoperto mentre lavoravo al giornale, è in buona parte dei casi fotografia ritraente sassi, cespugli, spigoli, transenne, buste di plastica e a volte semafori con l’occasionale essere umano dallo sguardo perso che a gran fatica sopravvive in questo ambiente ostile. Gli specchi, mi dicevano, sono un po’ passati, i cavalli invece sono ancora benvenuti, basta non esagerare. Quando ho chiesto al caporedattore perché tutti questi cespugli? lui mi ha risposto eh, per l’atmosfera, e quando ho chiesto alla mia collega perché tutti questi sassi? lei mi ha detto eh, per quel senso di, sai, come dire, quel senso di incertezza.

A me, dev’esser stato chiaro, quest’abbondanza di sassi su pellicola, per modo di dire, non ha mai convinto granché. E dev’esser stato chiaro perché un giorno la mia collega, Maria, si è presentata in ufficio con un regalo educatore, un libro recuperato a una fiera di fotografia d’arte ad Anversa, intitolato L’esistenza di un sasso comune. Il libro, che ha solo venti pagine ed esiste in sole venti copie, comincia così:

“La prima cosa che ricordo è che facevo parte di una grande roccia, situata in cima ad un’alta montagna di fronte alla più bella vista sul paesaggio circostante; attaccata a quella roccia, mi trovavo in posizione ideale per ammirare il paesaggio, proiettata in avanti e appesa al di sopra della valle adiacente. Ero ferma lì, in tutta tranquillità, da un migliaio di anni.”

— da The Existence of a Common Stone di Joud Toamah

Poi dal giornale mi son licenziato.

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